Pubblichiamo l'intervista all'esperta analista Silvana Paruolo*, rilasciata il 14 agosto al direttore De Chiara
Quali sono i punti salienti dell’accordo Ue Usa sui dazi?
L’Accordo del 27 luglio 2025 (raggiunto tra Donald Trump e Ursula von der Leyen, il 27 luglio 2025 al Trump Golf Resort di Turnberry in Scozia) stabilisce un dazio unico del 15 % per un 75% delle esportazioni europee verso gli Stati Uniti - a fronte di alcuni prodotti strategici esclusi o in attesa di valutazione e dell’impegno dei paesiUE a non innalzare i propri dazi sulle importazioni dagli USA – e a fronte dell’impegno europeo ad acquisti massicci di energia (750 miliardi di dollari in tre anni) e di armamenti, nonché ad un incremento di 600 miliardi di dollari gli investimenti diretti negli Stati Uniti. Prima degli aumenti imposti da Trump, i dazi USA sulle importazioni europee si aggiravano mediamente sul 4,8% e quelli europei sulle importazioni americane erano e restano mediamente vicini a zero.
Una Dichiarazione congiunta UE-USA, “pronta al 90-95%”, offrirà “chiarimenti” su molti dettagli dell’accordo e sui settori "zero-for-zero" in corso di definizione. Secondo fonti Ue, la parte europea è in attesa di una risposta degli Stati Uniti e di una conferma degli ultimi dettagli. Intanto, restano fuori da questo aumento di Trump prodotti come acciaio e alluminio, i cui dazi restano al 50%. Mentre quelli su componenti e auto (in materia si attende tuttora l’ordine esecutivo di Trump) - che erano stati aumentati al 27,5% - si allineano al 15%. Tra le esenzioni confermate (dal 15%) vi sono alcuni farmaci generici, aerei, prodotti chimici e risorse naturali. Farmaci e semiconduttori potrebbero però essere soggetti a dazi, una volta che l'amministrazione Usa avrà concluso le sue indagini ai sensi della Sezione 232 del Trade Expansion Act.
Nelle condizioni date, era difficile. Abbiamo limitato danni ulteriori?
L’Accordo avrebbe dovuto dare certezza agli operatori, ma ha generato dubbi, e (con le Note diffuse dalla Casa Bianca e dalla Commissione europea) due sue diverse letture istituzionali. Tuttavia, una cosa è certa.
Si tratta di un Accordo asimmetrico che (benché la politica commerciale sia di piena competenza dell’Ue) - su spinta in particolare dei governi tedesco e italiano - al resto del mondo ha mostrato una Commissione disponibile dinanzi alle richieste del Presidente Trump. E’ un Accordo asimmetrico, perché sbilanciato a favore degli Stati Uniti, a cui vanno solo i benefici, mentre gli Stati europei subiscono solo costi, sebbene ridotti rispetto a quelli inizialmente minacciati. Trump chiede una revisione delle regole che per il futuro favorisca gli americani, anche a indennizzo dei danni (a suo avviso il disavanzo dell’interscambio merci con l’estero, pur parzialmente compensato dall’avanzo nei servizi) che ritengono di aver subito a causa di un’UE “creata solo per fregarli” – e per l’”iniqua” ripartizione dei costi per la difesa (da qui le recenti decisioni prese in sede Nato).
Ha rappresentato un “male minore”, una volta - a differenza della Cina - sospesa la strategia delle contromisure? Sì, per guadagnare tempo e dialogo. E sì, se si pensa di aver scongiurato - tutelando occupazione e filiere industriali - una vera guerra commerciale, dazi molto più alti, e un'escalation che avrebbe colpito settori strategici da entrambe le parti. Ma, che si tratti di un rilancio del partenariato economico transatlantico o dello stesso futuro dell’Unione europea, l’intesa politica del 27 luglio 2025 non offre soluzioni strutturalmente valide (la guerra dei dazi non è finita in Scozia). E gli impegni (da correggere?) in materia di energia armamenti e investimenti sono incompatibili con l’indipendenza europea, l’autonomia strategica dell’Unione europea e i suoi sani obiettivi in materia di lotta ai cambiamenti climatici e di tutela dei diritti umani e fondamentali.
L’Accordo rivela debolezza europea?
Sì. Oltre che un’asimmetria a favore di Washington che va ben oltre quanto avrebbe potuto essere giustificato dall’interesse commerciale, l’Accordo rivela la debolezza politica di un’Ue, frammentata e incapace di promuovere una struttura di governo europeo più efficiente: un’Unione europea priva di una vera sovranità unitaria, e con competenze fondamentali che restano prerogative degli Stati nazionali. E i sovranismi nazionalistici non spingono nel senso giusto!
Di recente, anche il ministro tedesco delle Finanze, Lars Klingbeil, ha definito l’intesa insoddisfacente: “Siamo stati troppo deboli”, ha detto, annunciando l’intenzione di trattare separatamente con gli Stati Uniti per ottenere «un sistema di quote sull’acciaio tedesco». C’è - quando si tratta di difendere i propri interessi - la tentazione di ritornare al bilateralismo commerciale dei singoli Stati con gli Usa, indebolendo la forza dell’Unione in una delle poche materie su cui ha competenza esclusiva? Un portavoce della Commissione europea ha replicato: “Ricordo che gli Stati membri dell’Ue e gli attori economici hanno costantemente sottolineato che un conflitto commerciale con gli Stati Uniti non era una strada auspicabile. Hanno insistito che solo una soluzione negoziata poteva garantire stabilità e proteggere i nostri interessi comuni. Questa era la posizione della stragrande maggioranza degli Stati membri, incluso quello da cui proviene il ministro Lars Klingbeil ”. C’è da ritrovare la strada dell’autonomia strategica dell’Unione, se non vogliamo assistere alla dissoluzione dell’Ue! Nel nuovo mondo che si va delineando serve una Potenza di pace - e di ordine multilaterale, capace di difendere anche i nostri valori.
Oltre alla percentuale generale quale grado di applicazione ha l’impegno sull’approvvigionamento energetico dagli Usa?
Circa l’impegno dell’Unione Europea ad acquistare prodotti energetici
statunitensi per circa 750 miliardi di dollari nei prossimi tre anni, la Commissione Europea ha già chiarito che l'Accordo non è giuridicamente vincolante per l'Unione Europea, e che l’Ue non ha la competenza per determinare la quantità, il tipo e l'origine delle forniture energetiche acquistate dai singoli Stati membri o dalle imprese. Pertanto, l'acquisto effettivo dipenderà dalle decisioni commerciali delle aziende e dei governi nazionali.
Intanto, l'Institute for Energy Economics and Financial Analysis (IEEFA) – che ha definito questo impegno "irrealizzabile" – ha fatto notare che, per rispettarlo, l'Unione Europea dovrebbe triplicare le sue importazioni di petrolio, carbone e GNL dagli Stati Uniti. Molti esperti e istituzioni hanno
espresso preoccupazioni riguardo alla sostenibilità e alla fattibilità di questo impegno, che - da un lato potrebbe compromettere gli obiettivi climatici europei – e d’altro lato potrebbe aumentare la dipendenza dell'UE da un unico fornitore energetico (gli Stati Uniti) esponendola a rischi geopolitici e commerciali. Alcuni analisti – giustamente - suggeriscono che l'UE potrebbe considerare alternative più sostenibili, come l'investimento in energie rinnovabili, per ridurre la dipendenza da fonti fossili e raggiungere gli obiettivi climatici prefissati.
E la promessa di maggior investimenti europei negli States?
Investimenti europei per 600 miliardi di dollari negli Stati Uniti? La Casa Bianca li dà per scontati: “Entro il 2028, l’Ue realizzerà nuovi investimenti per 600 miliardi di dollari negli Stati Uniti. Trump ha ripetutamente criticato il deficit degli Stati Uniti con l’UE, che a suo dire ammonta a 350 miliardi di dollari (secondo la Commissione europea, l’Unione ha registrato un surplus complessivo di 50 miliardi di euro con gli Stati Uniti lo scorso anno, con un surplus di 200 miliardi di euro nei beni e un deficit di 150 miliardi di euro nei servizi). "L'Ue ci ha assicurato 600 miliardi di dollari di investimenti per farci quello che vogliamo. Se non arrivano alzerò i dazi al 35%. L'unica ragione per cui li ho abbassati al 15% è stata questa" avverte – quindi - il presidente Trump, aggiungendo che le tariffe sui farmaci "potrebbero arrivare al 250%".
La Commissione europea è invece più possibilista: “Le aziende dell’Ue hanno espresso interesse a investire almeno 600 miliardi di dollari (circa 550 miliardi di euro) in vari settori negli Stati Uniti entro il 2029“. Ma questi investimenti alla fine potrebbero non raggiungere la cifra pattuita, perché il privato potrà essere incoraggiato a investire negli Stati Uniti, ma non costretto”. Sono solo “proiezioni” basate sulle “intenzioni molto chiare” delle aziende private dell’UE.
Avremo un effetto spiazzamento rispetto alle vie maestre per l’Ue indicate da Draghi e Letta nei loro rapporti?
Il Rapporto Draghi (“The future of European competitiveness”), presentato nel settembre 2024, indica che l’Unione Europea necessita di un investimento aggiuntivo annuo tra 750 e 800 miliardi di euro, al fine di rilanciare competitività, crescita, innovazione, decarbonizzazione e sicurezza e autonomia strategica. E auspica - tra altro - l’emissione regolare di strumenti di debito comune basati sul modello del Next Generation EU, per finanziare investimenti strategici in infrastrutture, R&S e difesa.
Il Rapporto Letta “Much more than a market – Speed, security, solidarity” tra altro propone di costruire una Unione dei risparmi e degli investimenti, e la creazione di uno “strumento finanziario europeo” per canalizzare i risparmi privati verso investimenti strategici in Europa evitando che fluiscano negli Stati Uniti.
Benché non ci sia certezza di investimenti di 600 miliardi di dollari negli USA entro il il 2028 (seguendo la Nota Usa) o entro il 2029 (seguendo la Nota Ue) il rischio di un effetto spiazzamento è reale, se gli europei non opteranno per una vera autonomia strategica, consapevoli che non possono essere subordinati all’interesse economico degli USA o condizionati alle loro scelte strategiche, anche se gli Usa restano tuttora indispensabili nella Nato e per la nostra stessa difesa (ragione prima delle troppe - recenti - concessioni europee a Trump).
I rapporti Letta e Draghi – e le loro proposte - andrebbero riletti e rilanciati. Bisognerebbe essere più consapevoli della “potenza” commerciale (nel mondo) del nostro Mercato interno europeo (e i suoi standard). E - se si vuole che l’Europa diventi una potenza di pace e di ordine (regole) multilaterale - bisogna anche rendersi conto che, attualmente, un’esigenza primaria dell’Europa è accelerare il cammino di una vera difesa europea comune e, anche in un’ottica di miglior utilizzo delle risorse e di sane ricadute tecnologiche nei settori civili, realizzare una industria degli armamenti europea e indipendente, in condizioni di negoziare al meglio qualità e prezzo degli acquisti dall’industria americana, senza precludersi altre alternative. La sfida si sotanzia in materia economica ma è eminentemente geopolitica.
Il pragmatismo adattivo dei sistemi produttivi europei saprà neutralizzare l’impatto negativo sui livelli di export negli Usa? Non crede bisogna accelerare e consolidare meglio la prospettiva federale dell’Ue piuttosto che quella confederale che indebolisce de facto forza e mandato negoziale dell’esecutivo di Bruxelles?
Già con il Covid, i sistemi produttivi europei (come la stessa Unione) hanno dato un segnale di sano pragmatismo adattivo. E certamente - nel nuovo mondo che si va delineando – dovranno saper utilizzare anche questo strumento, in maniera proattiva. I cambiamenti vanno anticipati e non inseguiti, o subiti. E se, quali obiettivi, ci si ponesse innanzitutto la buona salute delle persone e del pianeta che ci ospita, la coesistenza pacifica e il progresso anche sociale – piuttosto che guerre, distruzioni e volontà imperialistiche – mete e percorsi sarebbero ben presto ben chiari! Inoltre, senza nulla togliere all’importanza del mercato americano, credo che bisogna (come mi pare si stia già facendo) guardare anche ad altri mercati. E - come di recente ho già scritto su Agenda geopolitica - bisogna concludere (e accelerarne l’entrata in vigore) anche l’accordo con il Mercosur.
Circa la bontà della prospettiva federale, la mancanza di unità politica e il frazionamento della sovranità europea in 27 Stati nazionali costituisce la prima causa della debolezza dell’Europa, apparsa in tutta evidenza anche nella crisi dei dazi. Se ne saprà tener conto?
* Giornalista, esperta di politiche europee. Ha lavorato per anni a Parigi come funzionario internazionale dell'UEO e a Roma all'Area politiche europee e internazionali della Cgil. Ha scritto libri sull'integrazione europea e collabora a diverse testate, tra le quali Agenda geopolitica della Fondazione Ducci.
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