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Stato, imprese e risorse pubbliche: il caso italiano. Intervista a Carlo Clericetti

14/11/2022 14:01

Euroeconomie

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Stato, imprese e risorse pubbliche: il caso italiano. Intervista a Carlo Clericetti

a cura di Alessandro Mauriello. Globalizzazione e finanziarizzazione hanno cambiato il capitalismo in tutto il mondo. Le speicificità del caso italiano.

Nei prossimi anni l’Unione Europea ha di fronte orizzonti di nuovo sviluppo con la transizione digitale ed ecologica ma anche profili critici di tutto riguardo inerenti il suo ruolo geopolitico e la sua coesione intergovernativa rispetto alla competizione globale e alle sue contraddizioni.

Partendo da ciò, discuteremo con Carlo Clericetti dei cosiddetti Fondamentali economici in prospettiva globale fino a quella italiana.

Giornalista economico tra i piu accreditati del nostro paese, co fondatore e poi responsabile di Affari e Finanza della Repubblica.  Oggi editorialista molto ascoltato, dalle pagine della Rivista Micromega e dal sito di interesse economico sindacale Eguaglianza e Libertà, fondato da Pierre Carniti Antonio Lettieri e altri giganti del sindacalismo italiano.

 

AlessandroMauriello@euroeconomie.it

 

Direttore Clericetti lei ha lavorato per molti anni in primarie testate giornalistiche, occupandosi di industria ed economia. Come è cambiato il capitalismo italiano negli ultimi anni dall'epoca delle partecipazioni statali?  

Naturalmente, con la globalizzazione e la finanziarizzazione, il capitalismo è cambiato in tutto il mondo. Ma se vogliamo limitarci al nostro paese, si potrebbe dire che paradossalmente è cambiato ben poco. Abbiamo, come allora, un numero di grandi aziende di livello internazionale che è molto piccolo rispetto ai paesi comparabili, e persino a paesi relativamente piccoli come l’Olanda e la Svizzera, e invece un numero elevatissimo di piccole e micro-imprese.

Tra le prime quelle totalmente private sono un’eccezione. Negli ultimi trent’anni abbiamo un solo esempio di azienda privata che sia cresciuta fino alle dimensioni di una grande multinazionale, la Luxottica, che peraltro ormai è italo-francese (dopo la fusione con Essilor) e forse, dopo l’uscita di scena del fondatore Leonardo De Vecchio, è destinata a diventare più francese che italiana. Sono invece uscite di scena o sono controllate da capitale estero le principali grandi aziende di allora: Fiat, Pirelli, Olivetti, Zanussi, Ilva, per fare qualche nome (sull’Ilva, come si sa, ora è dovuto intervenire di nuovo lo Stato). Nel settore privato resistono alcune multinazionali relativamente piccole, come Ferrero o Danieli, ma quelle di maggiore dimensione – e competitive a livello internazionale – sono ancora quelle a partecipazione statale: Enel, Eni, Fincantieri, Leonardo.

 

Ritiene valido il ritorno allo Stato imprenditore teorizzato dalla prof.ssa Mazzucato?

Se guardiamo alla nostra storia recente, come abbiamo appena detto le imprese a partecipazione pubblica hanno fatto quasi sempre molto meglio dei privati. Verrebbe da dire che in Italia gli imprenditori privati di successo scarseggiano, e a volte fanno veri e propri disastri. La Telecom pubblica era tra le prime al mondo nel settore, anche tecnologicamente all’avanguardia, anche perché faceva forti investimenti in ricerca e sviluppo, mentre la media italiana per questo tipo di spesa è sempre stata inferiore a quella degli altri paesi avanzati. All’epoca, la società di telecomunicazioni, da sola, valeva ben il 10% dell’intera spesa in ricerca e sviluppo del paese. La privatizzazione e le vicende che ne sono seguite l’hanno spolpata, caricata di debiti, sfruttata facendole pagare dividendi stratosferici per compensare chi l’aveva scalata. Se allora era all’avanguardia oggi è alla retroguardia del settore, e infatti la Borsa, prima delle recentissime fiammate dei prezzi su ipotesi di una prossima offerta pubblica di acquisto, la valutava circa 3 miliardi: una miseria. Telecom è il più fulgido esempio di privatizzazione fallita, ma anche il caso Ilva non è da meno. La famiglia Riva, che l’aveva avuta dallo Stato praticamente in regalo, faceva profitti, ma perché si guardava bene dall’investire per rendere l’impresa meno disastrosamente dannosa per la salute dei pugliesi e per l’ambiente. E il comportamento della multinazionale indiana a cui è stata poi venduta ha fatto sorgere più di un sospetto che le sue reali intenzioni non fossero di rilanciare l’azienda, ma di arrivare a una sua chiusura, eliminando così un concorrente e girando le commesse ad altri suoi stabilimenti in altri paesi.

Lo Stato imprenditore come lo propone Mariana Mazzucato non sarebbe un “ritorno”, perché è qualcosa di diverso dal sistema delle partecipazioni statali del secolo scorso. Il centro del suo ragionamento non è la proprietà pubblica (anche se non disdegna le partnership pubblico-privato). Sostiene che il compito dello Stato sia quello di indicare obiettivi (“missioni”), specie quelli così ambiziosi da scoraggiare l’iniziativa privata, selezionando le aziende che possano perseguirli, stimolandole, controllandole. Fa l’esempio della scommessa lanciata da Kennedy all’inizio degli anni ’60: far arrivare l’uomo sulla luna entro un decennio. Quella scommessa mobilitò risorse ingenti e fece fare salti tecnologici in molti campi, perché i prodotti studiati per la conquista dello spazio hanno trovato poi applicazione nei campi più disparati. Si chiama “serendipidità”: la ricerca mobilitata per un certo scopo ha spesso ricadute imprevedibili anche in settori che nulla hanno a che fare con quel problema specifico.

Lo Stato, dunque, deve proporre le “missioni”, aprire nuovi mercati, insomma avere un ruolo attivo, e non essere chiamato in causa solo quando si verificano i cosiddetti “fallimenti del mercato”. Per farlo, però, deve disporre di uomini di grande qualità, in grado di guidare e controllare questi processi, di tenere alla frusta le imprese private coinvolte, essendo sullo stesso piano, o magari un gradino più in su, rispetto alle conoscenze necessarie. E questo oggi è un punto critico, perché le teorie dello “Stato minimo” e che non deve intervenire nell’economia, che hanno prevalso a partire dagli anni ’80 del secolo scorso, hanno depauperato le risorse pubbliche, soprattutto in relazione alla qualità del cosiddetto “capitale umano”. Per perseguire quella strategia è necessaria una radicale inversione di quel modo di pensare.

Un cenno a parte merita la questione dei servizi pubblici, tanto la sanità che quelli basati sui monopoli naturali come molti di quelli dei servizi locali. Qui si va sempre più verso il sistema degli appalti, che però in linea di logica non può funzionare. Si dice che il potere pubblico dovrebbe limitarsi a controllare, ma si finge di ignorare che un controllo effettivo richiederebbe una duplicazione di funzioni il cui costo annullerebbe qualsia guadagno di maggiore efficienza da parte della gestione privata (peraltro, molto spesso, solo supposta).

 

In questi giorni è uscito un saggio importante del prof. Daniele Archibugi su Federico Caffè.  A suo avviso è ancora valida la sua lezione? 

E’ fondamentale soprattutto la sua impostazione: il benessere delle persone deve essere l’obiettivo delle scelte economiche, non si può pensare che derivi automaticamente dal rendere il più efficiente possibile l’economia. E’ un principio che purtroppo quasi tutte le sinistre del mondo hanno da tempo dimenticato, e quasi tutte, infatti versano in crisi più o meno profonde. E hanno dimenticato anche un altro aspetto, che Caffè ha testimoniato in tutta la sua vita: per essere davvero riformisti bisogna essere radicali, non aver paura di andare controcorrente, contro il pensiero dominante.

 

Cosa deve fare il sindacato per rilanciare la concertazione allo sviluppo (come sostiene il prof. Leonello Tronti)?

Il vento di destra che soffia ormai da un quarantennio ha mirato da subito a indebolire i sindacati: non a caso i primi atti di Thatcher e Reagan furono due pesantissimi scontri con i sindacati (dei minatori nel primo caso, dei controllori di volo nel secondo). La fine delle grandi concentrazioni operaie, il lavoro sempre più frammentato e precario, la concorrenza di due miliardi di lavoratori a bassissimo costo dei paesi meno sviluppati, le delocalizzazioni, sono tutti fattori – e si potrebbe proseguire – che hanno pesantemente intaccato il potere contrattuale dei lavoratori dei paesi di più antica industrializzazione che hanno visto dovunque dolorosi arretramenti rispetto alle conquiste faticosamente ottenute nel secolo scorso. Oggi il sindacato non ha praticamente più nulla da offrire, specie in Italia dove i salari sono fermi da trent’anni. Penso che per farsi ascoltare non resti ormai che una strada, quella di tornare alla protesta, anche dura. La strada è quella indicata dai lavoratori della Gkn. In questa situazione – e con questo governo – mi sembra illusorio sperare in qualcos’altro.

 


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