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RECENSIONE : Andrea Boitani, L’illusione liberista, Laterza Bari-Roma 2021

09/03/2022 12:27

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RECENSIONE : Andrea Boitani, L’illusione liberista, Laterza Bari-Roma 2021

Il libro del professor Boitani si snoda lungo otto capitoli che trattano, con testo agile e ben strutturato,le principali proposizioni del pensiero neoliberista

Andrea Boitani, L’illusione liberista, Laterza Bari-Roma 2021


Recensione di Antonino Andreotti

 

L’illusione liberista è un libro molto interessante e utilissimo.
Il prof. Andrea Boitani svolge un’approfondita e puntuale critica sia della teoria che delle politiche economiche neoliberiste dell’ultimo mezzo secolo, demolendo l’illusione che il mercato crei sempre e comunque opportunità e prosperità per tutti; e ne svela i perversi effetti sociali, etici e culturali.
Le numerose citazioni arricchiscono l’opera, fornendo al lettore preziosi riferimenti bibliografici.
Il testo si snoda, agile e venato di una gradevole ironia, lungo otto capitoli che trattano tutte le principali proposizioni del pensiero neoliberista, tracciandone l’evoluzione storica e spiegando quanto inappropriato sia attribuirne la paternità ai Classici e ad Adam Smith in particolare.
Il liberismo ha radici antiche, ma i neoliberisti d’oggigiorno hanno ben poco a che vedere con il pensiero di John Locke e David Hume.

 

Già nel primo capitolo, l’autore chiarisce che il libero mercato non fa miracoli e, richiamando i contributi di K. Arrow, G. Debreu e F. H. Hahn, che la famosa mano invisibile (definita rattrappita da J. Stiglitz) è solo un mito, una parabola strumentalizzata dai liberisti fino a farne un teorema.
La realtà mostra che i mercati sono ben lontani tanto dall’ideale assetto concorrenziale, quanto dalla condizione di equilibrio vagheggiata da economisti quali von Hayek, Friedman, Stigler, Buchanan, Lucas, Fama, assertori del liberalismo in modalità Mont Pellerin.
Il loro pensiero attribuisce al mercato un potere salvifico e ha ispirato il thatcherismo, la reaganomics e ondate di privatizzazioni e liberalizzazioni un po’ in tutto il mondo.
Abbandonati a se stessi, essi generano (*) il potere dei giganti mirabilmente descritti da C. Crouch e le relative rendite da potere di mercato, denunciate in America da Stiglitz; (**) esternalità
negative, quali la disoccupazione di massa, l‘inquinamento e il riscaldamento globale; e (***) scandalose disuguaglianze di redditi e ricchezze, illustrate da B. Milanovic e su cui A. Sen, A. Deaton, A. Atkinson, lo stesso Stiglitz e, nel nostro paese, più di altri L. Gallino e C. Saraceno hanno scritto pagine indimenticabili.

I clamorosi fallimenti del mercato.

 

Disuguaglianze, che vanno ben oltre la sfera economica (disuguaglianze di capacità, nelle parole di A. Sen), favorite anche da una deregulation che ha generato monopoli privati più che efficienza.
Disuguaglianze esacerbate dalla crisi finanziaria e dalla Grande recessione del 2007-08, che hanno bloccato l’ascensore sociale e avviato il vertiginoso arricchimento di pochi e il drammatico impoverimento dei più.
Disastro sociale e guai economici che la pandemia da Covid 19 ha ulteriormente aggravato. Disuguaglianze che diffondono la povertà e costringono a una vita di stenti fasce di popolazione sempre più estese; che alimentano l’insicurezza sociale, deprimono lo sviluppo economico, civile e del capitale umano, che quindi compromettono i valori democratici e ipotecano il futuro. Disuguaglianze che svuotano di senso l’ideale stesso di democrazia sociale, vanificato da una  tassazione sempre meno progressiva e dalla tolleranza verso evasione fiscale e paradisi fiscali.
Disuguaglianze in crescita in Europa e particolarmente nel nostro paese.
Disuguaglianze che, a dispetto di quanto asserito dai gladiatori del liberismo, non hanno affatto aiutato la crescita economica, come evidenziato dagli studi del FMI e dell’Ocse.
Disuguaglianze non addebitabili ai soli processi di mercato, poiché le scelte di governi e parlamenti e il diffondersi dell’ideologia neo-liberista non ne sono meno responsabili.
Da qui l’esigenza di una efficace regolamentazione, come nei migliori venticinque anni del capitalismo mondiale, e di un ruolo dello stato che l’autore vede sì attivo, ma non protagonista principale dell’innovazione come propone M. Mazzucato.
Mi sembrano quindi pertinenti le proposte avanzate nel libro: tagliare le unghie dei colossi che abusano del loro potere di mercato; limitare le rendite monopolistiche; garantire un reddito minimo ai poveri e sussidi dignitosi ai disoccupati; limitare i redditi dei supermanager e delle superstar, per combattere la disuguaglianza economica innanzi tutto dove si forma, cioè nel mercato. Personalmente, penso che la disuguaglianza economca vada contrastata anche dopo che si sia manifestata, potenziando il welfare state, per esempio.

 

Di grande interesse anche la parte dedicata ai problemi ambientali.
Capaci – scrive l’autore – di intaccare in modo duraturo (o addirittura permanente) il capitale naturale delle generazioni future e di cominciare a ridurre il benessere di una parte non trascurabile dell’umanità già oggi e per molti anni a venire. Tanto più che il benessere non è affatto
indipendente dai cambiamenti climatici. In polemica con i numerosi economisti che, specie Oltreoceano, tendono a minimizzare, A. Boitani
evidenzia quanto siano gravi i rischi di un futuro troppo caldo. È dunque necessario intervenire con determinazione e urgenza sui settori produttivi maggiormente energivori, sulla climatizzazione residenziale e accelerare l’impiego di fonti rinnovabili, anche mediante l’implementazione
dell’European Green Deal. È l’ora di abbandonare il concetto di natura come un “fattore di produzione” e, sull’esempio della Svezia, paese membro dell’Unione, spostare la tassazione dal lavoro al carbonio: eccola qua un’ottima best practice da seguire!
E si può andare più lontano, seguendo le tracce dell’economista inglese Nicholas Stern e del suo rapporto sul cambiamento climatico, edito oltre una quindicina d’anni fa.


Nel bel capitolo che precede le riflessioni conclusive, l’autore mette in luce quanto beneficio lo studio dell’economia possa trarre dalle acquisizioni di discipline quali l’antropologia, la psicologia, la storia e la filosofia. La separazione tra l’economia e l’etica, caldeggiata da tanti economisti per
affermare la propria disciplina come l’unica vera scienza della società, scrive, ha prodotto molti guasti. È dunque tempo di mettere fine […] allo scollamento tra etica ed economia. Altro che homo oeconomicus, perfettamente razionale e proiettato solo al massimo profitto! Il mercato è un luogo in cui non operano uomini economici ma esseri umani, mossi da motivazioni complesse. E, nell’ampia intervista rilasciata recentemente a Giacomo Bottos di Pandora Rivista, ribadisce: l’evidenza dell’economia sperimentale ci dice che donne e uomini non si comportano secondo i canoni dell’egoismo razionale. Qui l’autore sviluppa la critica, anticipata in un suo articolo di cinque anni fa, al concetto di egoismo razionale e all’etica utilitarista e individualista del filosofo e giurista inglese Jeremy Bentham, alla base della teoria della Public Choice di James Buchanan, che indebolisce lo spirito pubblico di cui abbiamo invece enormemente bisogno onde promuovere la buona politica. E, nell’intervista citata, aggiunge che l’egoismo razionale non descrive bene neanche il
comportamento delle imprese. Contrariamente a quanto pensava Milton Friedman, l’idea che l’impresa sia solo una macchina per massimizzare i profitti è veramente fuori dal mondo.

 

Nelle considerazioni conclusive, l’autore sostiene che il liberismo nel nostro paese non ha vinto, ma è entrato nella cultura delle élite […] si è insinuato nelle teste di molti giornalisti e di alcuni politici. […] Del liberismo è passata in Italia la visione della politica […] visione cinica della politica  tipica della Public Choice.
A me sembra, invece, che nel nostro paese il sostegno dei media e la forsennata campagna di privatizzazioni abbiano concorso all’affermazione di alcuni contenuti politici fondamentali: la retorica anti-tasse, l’apologia del privato con la nefasta dottrina della creazione di valore per l’azionista e il simmetrico attacco al mondo del lavoro, la stucchevole retorica dei lacci e laccioli e il martellante disprezzo del pubblico. E inoltre una mistica della concorrenza – concepita, a mio modo di vedere, come fine in se più che come mezzo per accrescere l’efficienza – perfino nei settori dei beni pubblici e in quelli di rete, dove le priorità da tutelare sono l’accessibilità e
l’universalità dei servizi essenziali, la loro qualità e, in taluni casi, perfino la sicurezza nazionale.
Non sono cose di poco conto, specie alla luce dei miseri esiti delle cosiddette liberalizzazioni. Trovo convincenti ed esaustive le riflessioni svolte da Pierre Dardot e Christian Laval ne La nuova ragione del mondo, che spiegano come il liberismo sia qualcosa di assai più totalizzante, poiché impone un nuovo ordinamento delle attività economiche, dei rapporti sociali, dei comportamenti e delle soggettività. […] una mercatizzazione dell’istituzione pubblica costretta a funzionare secondo le regole imprenditoriali.
A livello macroeconomico, ha prevalso la versione mitteleuropea, nota come ordoliberismo, figlia del monetarismo tedesco, con l’ossessione di un rigore finanziario ottuso e dell’austerità.
Al di là di queste mie osservazioni, mi pare che il libro offra chiavi di lettura semplici e insieme precise, va al cuore dei problemi approfondendoli, articolandoli in una visione interdisciplinare ed evitando sistematicamente il complicato gergo professionale. È infine doveroso riconoscere al prof.
Boitani il grande merito di rifuggire sempre dalle demonizzazioni come dalle esaltazioni, rendendo  così questo pregevole saggio anche un utilissimo e accessibile strumento di lavoro.


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