EU/ENG - Economic literature on the welfare state has long been plagued by an imbalance in contributions in the battle of ideas that always underpins studies in every field of economic knowledge, despite publications in the world's leading economic journals too often being labeled "neutral, apolitical," scientific, and given undeserved "objective status." For decades, this imbalance has favored theses advocating the inevitable downsizing of social protection systems, so much so that such asymmetry in the volume of contributions on the modernization of the welfare state in market economies has fueled media and political rhetoric, all too often giving credence to a supposed overcoming of its necessity in social systems.
A recent book by "Who's Afraid of the Welfare State Now?" (Oxford University Press, 2024) by Anton Hemerijck and Manos Matsaganis, despite skeptical theses about the sustainability of social protection systems, belongs to the ranks of publications defending the welfare state. It is no coincidence that the title of the book evokes and associates it with the term "fear." Written by two leading academics on these topics, Hemerijck, who teaches at the European University Institute in Florence, and Matsaganis, who teaches at the Polytechnic University of Milan, it is worth noting that the two authors' underlying thesis is that we have entered, not always consciously, a new era of consensus regarding the welfare state. They derive this conviction from an examination of the many historical phases experienced by social protection systems. In particular, the latest in chronological order, the pandemic, which has effectively vindicated the arguments about the necessity of a healthcare welfare state, to the point of producing a conditioned public opinion reflex of rejection of the proponents and ideologues of the dismantling of public healthcare, given its necessary function, which the Covid emergency had made clear. Hemerick and Matsaganis's expert arguments stand out in the solidity with which they identify the ideological nature of the detractors' critique of welfare-state-based social models, which has always been rooted in hostile and skeptical economic, political, and social visions regarding the redistributive and rebalancing function of state systems and public functions in market economies—systems intended to curb vigorous economic development, dampening its momentum. Throughout the book, the authors overturn decades of anti-welfare-state rhetoric. They dismantle the pieces that support the vigorous critique of the welfare state, which stems from the anti-tax protests of the 1980s, reconstructing the rationale for the defense, based on the precise valorization of the progress made by societies with more or less structured public social protection systems. They focus in particular on the European case. The cases they cite are significant and emblematic, and interpreted positively: they range from the 2012 Social Investment Package for Growth and Cohesion to the 2013 Youth Guarantee, from the 2017 European Pillar of Social Rights to the 2020 European Instrument for Temporary Support to Mitigate Unemployment Risks (SURE), and the 2022 Minimum Wage Directive. For Hemerick and Matsaganis, these were some of the key moments of a European social transformation, culminating in the July 2020 decision to establish a European Recovery and Resilience Fund, of which – as is well known – Italy is the largest beneficiary in absolute terms and Greece in relative terms.
And the historical foundations that this book invokes to structure arguments in favor of the need for a welfare state are very solid. Reading it, one can trace, with the authors, the birth of these systems, with clear reference to the English experience, their evolution, and their permeation into the social life of the populations who have benefited and continue to benefit from them as constitutive rights of citizenship. The warning that emerges is that it is appropriate for those who truly care about the redistributive and balanced development of open societies to stand up for the welfare state, without taking its persistence for granted and rejecting the gloomy pessimism about the effectiveness of social protection fueled by lobbies interested in private ownership and by media and political detractors of all times, including our own.

EU/ITA - La letteratura economica sul welfare state vive da troppo tempo di uno squilibrio di contributi in campo nella lotta delle idee che sempre sottende gli studi in ogni settore dei saperi sociali, nonostante si dia troppo spesso una patente di “neutrale apoliticità” scientificità e immeritati “status di oggettività” alle pubblicazioni sulle principali riviste di economia a livello mondiale. Lo squilibro è da decenni a favore delle tesi che sostengono il ridimensionamento ineluttabile dei sistemi di protezione sociale, tanto che una tale asimmetria nella mole di contributi sull’aggiornamento del welfare state nelle economie di mercato ha nutrito la retorica mediatica e politica, accreditando fin troppo un presunto superamento della sua necessità nei sistemi sociali.
Un recente libro di "Chi ha paura dello Stato sociale adesso?" (Oxfrod University Press, 2024) di Anton Hemerijck e Manos Matsaganis si ascrive, a dispetto delle tesi scettiche sulla sostenibilità dei sistemi di protezione sociale, nel fronte di pubblicazioni a difesa del welfare state, non a caso evocato e associato al termine “paura”, nel titolo del libro scritto da due accademici di rango su questi temi come Hemerijck che insegna all’Istituto Universitario Europeo di Firenze e Matsaganis, in forze al Politecnico di Milano.
La tesi di fondo dei due autori è che siamo entrati, non sempre consapevolmente, in una nuova epoca di consenso nei confronti del welfare state. I due ricavano questa convinzione dalla disamina delle tante fasi storiche vissute dai sistemi di protezione sociale. In particolare, sull’ultima in ordine di tempo, che è quella della pandemia, che ha reso giustizia de facto alle tesi sulla necessità del welfare state sanitario, al punto da produrre un riflesso condizionato delle opinioni pubbliche di rigetto dei fautori e degli ideologi dello smantellamento della sanità pubblica, vista la sua necessaria funzione che l’emergenza Covid aveva reso palese. Le competenti argomentazioni di Hemerick e Matsaganis risaltano nella solidità con cui individuano l’ideologità della critica dei detrattori ai modelli sociali fondati sul welfare state, da sempre riconducibile a visioni economiche, politiche, sociali ostili e scettiche riguardo la funzione redistributiva e riequilibratrice dei sistemi statali e delle funzioni pubbliche nelle economie di mercato, sistemi intenti ad imbrigliare il vigoroso sviluppo economico, deprimendone lo slancio. Gli autori in tutto il libro ribaltano decenni di retorica anti-welfare state. Ne smantellano i tasselli che tengono in piedi la serrata critica al welfare state che parte dalle rivalse anti-fiscali degli anni ottanta del Novecento, ricostruendo le ragioni della tesi difensive fondate sulla puntuale valorizzazione dei progressi compiuti dalle società con sistemi più o meno strutturati di protezione sociale pubblici. Si soffermano, in particolare, sul caso europeo. I casi che citano sono significativi ed emblematici e letti in chiave positiva: si va dal Pacchetto di investimenti sociali per la crescita e la coesione del 2012 alla Garanzia giovani del 2013, dal Pilastro europeo dei diritti sociali del 2017 allo Strumento europeo di sostegno temporaneo per attenuare i rischi di disoccupazione (SURE) del 2020, e alla Direttiva sul salario minimo del 2022. Sono stati questi, alcuni dei momenti chiave per Hemerick e Matsaganis di una svolta sociale europea, arrivata al culmine con la decisione del luglio 2020 di istituire un Fondo europeo per la ripresa e la resilienza, di cui – come è noto – l’Italia è il maggior beneficiario in termini assoluti e la Grecia in termini relativi.
E sono molto solidi i fondamenti storici che questo libro richiama per strutturare argomentazioni a favore della necessità del welfare state su solidi fondamenti storici. Si riesce leggendolo a ripercorre con gli autori la nascita di questi sistemi, con un chiaro riferimento all’esperienza inglese, la loro evoluzione e il loro innervarsi nella vita sociale delle popolazioni che ne hanno beneficiato e ne beneficiano alla stregua di diritti costitutivi della cittadinanza. Il monito che se ne ricava è che è opportuno, per coloro che hanno davvero a cuore uno sviluppo redistributivo ed equilibrato delle società aperte, stare sul fronte della difesa del welfare state, senza dare per scontato la sua persistenza e rigettando il cupo pessimismo sull’efficacia della protezione sociale alimentato da lobby interessate all’appropriazione privatistica e dai detrattori mediatici e politici di ogni tempo, non escluso il nostro.
Antonio De Chiara @euroeconomie.it*
* This contribution is not a journalistic article but an analytical brief - Questo contributo non è un articolo giornalistico ma un brief analitico
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