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Disuguaglianze, mobilità sociale ed Europa. Intervista ad Angelo Coco

20/02/2023 10:36

Euroeconomie

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Disuguaglianze, mobilità sociale ed Europa. Intervista ad Angelo Coco

a cura di Alessandro Mauriello

Intervista al dott. Angelo Coco

vice presidente della Fondazione Buozzi, Roma.

a cura di Alessandro Mauriello @euroeconomie.it

 

Perché nel nostro Paese e in Europa continuano ad aumentare le
disuguaglianze?

Le disuguaglianze sono sempre esistite e continueranno ad esserci ed il
fenomeno riguarda non solo noi e l’Europa, ma il mondo intero.
È nella storia dell’umanità e soprattutto nella logica dell’economia quando avvengono fenomeni negativi di carattere economico, politico o sociale che si verifica l’ulteriore allargamento della forbice tra chi ha tanto e chi ha poco o niente.
Nel corso di questi ultimi anni il mondo “globalizzato” ha vissuto il dramma della pandemia, e quando sembrava si stesse uscendo da questa situazione è scoppiata la guerra in Ucraina, con morti, feriti e distruzione di città e paesi che ancora non vedono l’uscita da questo tunnel. Tutto ciò non ha fatto altro che contribuire ad accrescere i problemi per le già fragili economie, soprattutto quelle occidentali, che sembrano paradossalmente inermi nel trovare contromisure adatte ad affrontare le crisi. In questo frangente l’Europa, pur avendo dimostrato una buona capacità organizzativa nell’affrontare la pandemia (basta guardare il ruolo importante giocato dalla Banca Centrale Europea e dall’Unione Europea con il Next Generation Eu e con altri interventi economici importanti a sostegno dei Paesi dell’Unione), sta mostrando i segni di una debolezza politica dovuta a mio avviso, soprattutto dalla difficoltà di trovare una politica estera comune, e a realizzare un sistema fiscale europeo.
In questo quadro, soprattutto nelle realtà deboli, e purtroppo il nostro Paese non vive una situazione economica florida e va collocato tra questi, la ricchezza si concentra sempre più nelle mani di pochi. Se solo volessimo ragionare sui dati forniti dal Ministero dell’economia e finanze sulle dichiarazioni dei redditi relativi al 2020, quindi relativi alle dichiarazioni dei redditi del 2021, solo il 5% degli italiani guadagna più di 55mila euro annui, mentre il 44% guadagna meno di 15mila euro.
Al di là della reale attendibilità di questi dati, visto che lo sort preferito degli italiani non è il calcio, ma l’evasione fiscale, impressiona sicuramente il fatto che il 44% delle dichiarazioni presentate, oltre 41 milioni, sia al di sotto dei 15mila euro (v. Il Sole 24 ore del 29/08/2022).
La crisi economiche mettono in ginocchio le economie, e gli ultimi anni non sono stati teneri con lavoratori autonomi e imprese, creando quindi le condizioni, negative, che si sono riflettute anche per il lavoro dipendente, che ha visto ridursi in maniera evidente il numero degli occupati e incrementare l’utilizzo della cassa integrazione.

Queste sono peraltro le situazioni che favoriscono azioni spregiudicate e
speculazioni che sono ben evidenti con una inflazione che è tornata dopo
anni di tregua a due cifre.


Che tipo di welfare pubblico dovremmo costruire?
L’Italia è un Paese che nel corso degli anni aveva costruito un modello
straordinario di welfare pubblico. Scuola, sanità, previdenza, ammortizzatori sociali, sono settori che sono stati all’avanguardia e modelli talvolta irraggiungibili per altri Paesi.
Purtroppo tutto non dura sempre, soprattutto quando non si riesce a tarare bene le esigenze con le disponibilità, e allora il sistema inizia a entrare in crisi. Interventi di carattere assistenziale si sono stratificati uno dopo l’altro senza riuscire a mettere in piedi sistemi di controllo adeguati per verificare non solo la titolarità, ma soprattutto la sostenibilità stessa degli interventi.
Un sistema sanitario pubblico imponente, con il passare degli anni ha dovuto chiedere il contributo degli assistiti attraverso il pagamento del ticket, e oggi le entrate da ticket ammontano al 20% della spesa sanitaria, che vale 1.800 euro a persona all’anno. E che dire del sistema previdenziale, da anni nell’occhio del ciclone perché la sua sostenibilità è drammaticamente messa in discussione dai numeri, visto che il nostro è un Paese che invecchia e che non riesce a risolvere il problema del lavoro nero? Forse sul tema pensioni ci siamo abituati a ragionare guardando chi in pensione già è andato e chi sta per andare, ma l’orizzonte temporale da traguardare dovrebbe riguardare le prospettive dei nostri giovani che non avranno una vita lavorativa unica, come capitava nel passato, e avranno anche periodi di buco tra un lavoro e l’altro. Ecco, forse ragionamenti seri andrebbero fatti con una impostazione strategica e non tattica, soprattutto per evitare quella emorragia di nostri giovani che vanno all’estero in cerca di futuro, non più con la valigia di cartone, come dopo le due guerre mondiali, ma con l’I-Pad.
Ma il punto vero, a mio avviso, è che stante la situazione di scarsa affidabilità del misuratore “reddito”, andrebbero riviste le modalità di scelta dei destinatari di queste prestazioni. Troppo spesso, infatti, il welfare non arriva ai veri destinatari, a chi veramente ne avrebbe diritto, ma si perde in rivoli di finti poveri ed evasori.
Quindi non si tratta di costruire un nuovo welfare, ma di semplificare quello esistente, fatto di esenzioni, assegni, agevolazioni, e di fare in modo che arrivi, veramente, a chi ne ha diritto. Anche a costo di sanzionare penalmente chi approfitta di queste situazioni.


I corpi intermedi che ruolo avranno?

I corpi intermedi debbono svolgere un ruolo fondamentale per la democrazia. Senza i corpi intermedi si rischierebbe il giacobinismo, e non se lo può permettere nessun Paese civile.
Resta il fatto però, che questo ruolo di intermediazione lo debbono in qualche modo giocare, evitando auto-referenzialità, che a mio avviso è il rischio più grande, perché si può perdere il contatto con la realtà.
Rappresentare interessi di per sé è una grande responsabilità, e nel nostro Paese i corpi intermedi hanno sempre svolto un grande ruolo da protagonisti, in alcuni momenti anche da antagonisti, ma con una capacità propositiva che ha aiutato a trovare le soluzioni giuste per affrontare e risolvere i problemi del Paese.
Sarebbe sbagliato fare a meno di questa capacità, di questa esperienza, ma sarebbe altrettanto sbagliato limitarsi, da parte dei corpi intermedi, alla mera elencazione dei problemi e non far valere quelle capacità che ho appena ricordato. Le categorie, gli ordini professionali, le organizzazioni sindacali sono una forza nella realtà italiana, e ciò non va dimenticato.


Che tipo di fiscalità europea dovrebbe declinare l’UE?
Domanda difficile che richiede una risposta diplomatica. Io penso che uno dei motivi che ha spinto l’Europa ad accelerare il processo di unificazione dipese dalla guerra nella ex Jugoslavia, una guerra che si stava combattendo alle nostre porte. L’Europa aveva quasi dimenticato, con la fine della seconda guerra mondiale, cosa significassero morti e distruzione, e quello che stava accadendo tra sloveni, serbi, bosniaci, macedoni, kossovari, insomma tra le popolazioni che fino alla fine del 1990 avevano vissuto insieme, di fatto risveglio antiche paure. Ecco quindi l’Unione Europea, l’euro, l’allargamento a Paesi e popolazioni che avevano tante cose in comune, ma molte altre neo, a partire dalle economie. E quando le economie non sono allineate, diventa difficile accettare, per chi è meno forte o più debole, condizioni che possono sembrare peggiorative. Pensiamo a quanto è ancora aperto il dibattito nel nostro Paese su svantaggi o vantaggi per noi di aver convertito la lira in euro!
Ecco allora che su alcuni temi, non solo quello fiscale, si è preferito trovare una soluzione salomonica che però non aiuta certo un reale consolidamento dell’Europa. Abbiamo assistito al proliferare di nuove società che nascevano in Irlanda, a pensionati che decidevano di stabilirsi in Portogallo perché la tassazione era più conveniente... insomma, una serie di situazioni che non rappresentano un bel biglietto da visita per una Europa unita realmente.
Ma il problema non è il fisco europeo. Il vero problema, a mio avviso, sta nel reale superamento dell’unanimità per rendere più snella la manutenzione e l’aggiornamento di quello straordinario “giocattolo” che è la nostra Europa.
Allora risolveremo anche il problema del fisco europeo.


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